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nonoranonqui
"le mie lettere son fatte per essere bruciate"
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The social network
20 gennaio 2012
Che bel film. Visto ieri sera.

Pensavo, stamane, che Facebook e Twitter hanno ucciso i blog.

Buongiorno.




permalink | inviato da nonoranonqui il 20/1/2012 alle 14:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Happy new year
4 gennaio 2012
Ho cucinato le lenticchie, che non erano mica male. Le abbiamo mangiate, come si conviene con un bambino piccolo, alle 19.30, mentre fuori dalla finestra la montagna si preparava per grandi festeggiamenti. Noi, invece, alle otto e mezzo avevamo finito di cenare e di brindare, due con lo spumante del gentil cliente e una con l'aranciata amara. Noi che alle 22.45 eravamo saldamente dentro a un letto, nonostante i vicini di casa avessero organizzato un rave under 20 con volumi impossibili da riportare (come, del resto, i loro edificanti discorsi). Noi che il primogennaioduemiladodici ci siamo alzati alle otto in punto e siamo usciti nella neve appena posata e nell'irrealtà immobile e silenziosa che solo certi primi dell'anno possono avere. Quando poi, verso le 13, il mondo ha rimesso il naso fuori di casa, noi ci siamo ritornati per il pranzo.
Non ho mai amato il Capodanno, per una serie di ragioni infinite e noiose, forse. Da quando c'è lei, in ogni caso, mi sono sempre salvata. Si può mica andare a una festa e fare le 4 del mattino con una bimba piccola, no? Il Visconte si è adattato, diciamo così. Ha fatto qualche scena da rigurgito post adolescenziale ma alla fine, ne siamo convinti tutti, gli è andata di lusso così. E' solo che bisogna abituarsi a dare questa risposta quando la gente matta ti chiede con furore "cosa hai fatto all'ultimo dell'anno?": mangiato bene, dormito bene prima dei botti, grazie. E' facile, dirlo. Personalmente, mi rende pure fiera.
In ogni caso, il duemilaundici è stato un anno importante, che non si scorderà facilmente. E' stato un anno di grandi dolori ma anche di grandi gioie ed è stato, soprattutto, l'anno della consapevolezza e della responsabilità. L'anno della presa di coscienza di quello che siamo e quello che vogliamo. E questo è moltissimo. E' molto più di quello che, a volte, si può avere nell'arco di una vita intera.
Buon anno.
 




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La differenza tra me e te
17 novembre 2011
Ci son compleanni e compleanni.
Mi spiego.
I compleanni sono forti o deboli, a seconda di alcune variabili. I compleanni forti sono quelli che ricordi perfettamente e che mai, dico mai in senso assoluto, potresti scordare. Sono per esempio quelli dei tuoi familiari, che a forza di festeggiare ti sono entrati dentro. Oppure quelli di qualche amore sepolto, e quel giorno te lo porterai dietro per sempre pensando a cosa faresti se lui fosse ancora con te. Oppure quelli che ti si stampano nella mente per motivi particolari: per esempio, vai a pranzo con una persona e non ti ricordi del suo compleanno, lei a un certo punto dice offro lo spumante perché è il mio compleanno e allora ecco, quel giorno mica te lo scordi più.
Poi ci sono i compleanni deboli, quelli che proprio non riesci a ricordare. Ma per me funziona così: ho una memoria da elefante, questo è noto, e di tutti i compleanni di cui non ricordo esattamente il giorno ricordo però benissimo il mese. Voglio dire, impossibile che io scambi Aprile per Ottobre, ecco. Quello che mi frega e che frega i compleanni indebolendoli sono i mesi.
Sono compleanni deboli quelli che cadono, con particolare evidenza, in Settembre, Ottobre, Febbraio, Maggio. Mai e poi mai potrei dimenticare un compleanno che cade nel mese di Giugno Luglio Agosto Dicembre Marzo. Non so perché, ma è così. Ci son mesi che annebbiano e diluiscono i compleanni.


Buongiorno.



permalink | inviato da nonoranonqui il 17/11/2011 alle 9:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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11 novembre 2011
Sono entrata in libreria, due giorni fa. Una di quelle grandi, profumate, luminose. Posto perfetto per nascondersi, perdersi. Faccio sempre una cosa, quando entro in libreria: vado verso il bancone delle novità, gli giro intorno, guardo, scruto. Dei libri che mi incuriosiscono per qualche motivo (l'autore è un amico, ci ho lavorato, ne ho sentito parlare, ho letto una recensione e via dicendo) ma che non comprerò, apro la pagina della dedica e dei ringraziamenti. Dedica e ringraziamenti sono due dei criteri con cui, a scatola chiusa, compro un libro di cui non so nulla. Uno che scrive una pessima dedica e ancor più quei rigraziamenti che paiono la lista della spesa, ecco, secondo me poteva anche non scrivere il libro. Ma questa è un'altra storia.
La mia storia è legata a Mr Gwyn. Una copertina fantastica, ruvida.
Sono anni che compro i suoi libri solo e soltanto per affetto, per amore retroattivo, nulla in più. Anni che li leggo, arrivo all'ultima pagina, li chiudo e dico: i miei vent'anni sono finiti da un pezzo, lui anche. L'ultimo, Emmaus, non l'ho nemmeno finito. E non sono una che in genere lascia i libri a metà, come dire.
Però insomma, un grande amore è un grande amore e possiamo anche raccontarci un mucchio di storie ma alla fine lo stomaco ci si stringe sempre, quando lo incontriamo, anche se lo incontriamo al parco con i suoi figli e la sua nuova compagna. Ho provato la stessa sensazione, leggendo Mr Gwyn. E ho pensato che sono invecchiata: o meglio, non mi sento vecchia ma quello che, di suo, leggevo a vent'anni e a vent'anni mi stregava oggi non funziona più. Continuano a funzionare certe suggestioni, certa dimistichezza con le parole e il loro suono, ancor prima del loro significato, quel filo che si impiglia dentro la storia e uscirne mica è facile. E poi lui ha un'altra cosa, che hanno i grande amori del passato: ti senti sempre pronta a difenderlo, a spada tratta, anche quando è indifendibile. Lo difendi perché in fondo difendi te stessa, e questo gli altri spesso non lo capiscono.
Comunque, ieri sera, mentre chiudevo e accarezzavo l'ultima pagina, ho pensato che Mr Gwyn è un ritratto. E si lo guardi bene puoi vederci anche un riflesso di te.




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Cosa ti scrivo e ti dico
26 ottobre 2011
Ieri sera, a cena, c'era lei. Che è salita sull'altare, al mio matrimonio. E che conosco da 20 anni, anche se dirlo fa impressione e ci fa sentire vecchie. E che per poco non diventa mia cognata, ma questa è un'altra storia.
Che sa tutto, ma proprio tutto quello che di me c'è da sapere. E che questo tutto, in questi ultimi due anni così intensi, bellieorrendi, se l'è preso in faccia come un treno, come una porta sbattuta. C'è rimasta sotto, come tanti altri. E quando quella sera, in una terribile pizzeria milanese, io le ho detto ci riprovo perché non c'è abbastanza da buttare via, se non l'acqua sporca  e lei mi ha guardata dicendo io non credo, ma la vita è tua, ho pensato che forse una parte di lei l'avevo persa.
Sono settimane che non ci parliamo, perché non troviamo il tempo. Passiamo tutto il tempo che abbiamo, insieme, a disposizione con le nostre figlie e capite che non sono momenti in cui ci si può metter a parlare di certe cose. Poi però, ieri sera, mi ha guardata dritta negli occhi, con i suoi occhi limpidi, e mi ha detto: avevi ragione tu. Non ci credevo, ma avevi ragione tu e ho cambiato idea. La tua è una vittoria.
E allora penso che a volte queste cose fanno bene e ti danno il senso delle scalate, proprio nell'attimo in cui hai passato il valico e stai per lanciarti in discesa a tutta velocità.




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Chiama la polizia, che hanno fatto fuori la tua bella allegria
12 ottobre 2011
Per esempio, ieri sera ero sul balcone a fumare e fare due chiacchiere col Visconte, dopo aver messo a letto la pupa. Arrivano improvvisamente urla beluine da sotto (sono al settimo), ci affacciamo e assistiamo in diretta a un pestaggio selvaggio: due uomini su un altro, a terra. Calci e pugni, cose mai viste. Il Visconte, con il solito tempo romano di reazione, inizia a urlare, sveglia tutto il vicinato, questi si spaventano, camminano verso la via dietro, il Visconte urla "fermateli fermateli!" ma nessuno ovviamente li ferma e loro allora iniziano a correre, via, lontano. L'uomo resta a terra, prova ad alzarsi, ricade, gli sanguina il naso. E' in quel momento che il mio spirito civile (o forse solo da crocerossina de noantri) entra in azione, e chiamo il 113. Lo so, che non crederete a quello che vi dico, ma al 113 di Milano non mi ha risposto nessuno. Nessuno. Pronta, chiamo il 112. E anche lì, nessuno. Che so, forse sono in ferie visto il tempo. Che faccio, mi dico? Chiamo il 118. E fortunatamente rispondono. In quell'istante capisco di essermi messa in un impiccio, solo per aver fatto il mio dovere: l'ambulanza mi tempesta di domande (tipo: se uno stava schiattando, schiattava. Tempestività pari allo zero), poi mi passa la polizia che improvvisamente è rientrata dalle ferie, la polizia mi chiede chi sono, come mi chiamo, dove vivo, il mio numero, il mio citofono. Mi dice: si tenga pronta, che forse suoniamo stanotte al citofono per informazioni. Mi pare di essere in una untata di CSI e io voglio solo andare a letto. Deglutisco, penso: sticavoli, io di notte dormo. Ho solo segnalato una cosa orrenda, ora ve ne occupate voi. Non lo so, come poi l'hanno gestita: dal balcone ho osservato la pattuglia arrivare, quattro dico quattro uomini in divisa a cercar cosa non so, invece di far girare una volante. Quando mi sono stufata di guardare dal balcone come una vouyeure, ho spento il cervello e sono andata a letto. Non prima di aver disattivato il citofono. Buongiorno.



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My name, your name, ma che importanza ha
10 ottobre 2011
L'estate è ufficialmente finita, e io ho rimesso le calze. Mi sono arresa ai 14 gradi del mattino, che poco aumentano in piena giornata. Del resto, come si dice nei film, sapevamo che questo momento sarebbe arrivato (chi coglie la citazione, continui pure la frase...). Faccio sogni pazzeschi, alcuni non si possono dire e altri, come quello di stanotte, agghiaccia al solo ricordarlo: Berlusconi e Gheddafi su una nave da guerra, io invitata come ospite, ma con una strana dinamica. Non ero una escort al loro servigio, no: ero dalla loro parte della barricata, nel senso che a un certo punto Gheddafi mi presenta un energumeno che avrebbe dovuto essere di lì a poco, o alla bisogna, il mio concubino. A quel punto, sempre nel sogno, ho cercato di scappare dalla nave e mi sono gettata in mare, con un senso di liberazione infinita. Lo so, ieri sera ho mangiato pensante e poi avevo tantissimo sonno. E poi ho letto il giornale prima di addormentarmi. Insomma, tutte cose da non rifare. Sono le 10.26, seduta alla scrivania del mio nuovo ufficio, il sole sulle spalle e una nuova pianta da curare. Buongiorno.



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Di nuovo cambiano le cose
28 settembre 2011

Non ci rassegnamo al calendario, e allora venerdi ci rimettiamo in macchina e andiamo al mare. Non riusciamo a mettere via i costumi e le infradito, insomma, ma non mi pare poi così male se non fosse che quando farà freddo sul serio avremo tutti uno shock pazzesco e a me, già lo so, verrà la depressione.

Ho un nuovo ufficio che mi piace molto, anche se sono due metri per due e alla parete c'è un quadro orrendo che fino a Dicembre non posso togliere. Però portare mia figlia all'asilo, poi proseguire e parcheggiarci sotto, infilare le chiavi con il Grande Puffo che mi ha regalato lei e sedermi alla mia nuova scrivania, non ha prezzo.  Anche perché questo ufficio del tutto autonomo ce lo siamo sudato.

Ho una casa che fa schifo, però, da quando vado tutti i giorni in ufficio. Stamattina infatti, che sono comodamente a casa, ho giocato alla casalinga impazzita e in due ore ho tirato a lucido l'appartamento. Se mi va male con l'agenzia, mi riciclo come colf.

Ora vado a farmi un caffè, buongiorno.

 




permalink | inviato da nonoranonqui il 28/9/2011 alle 10:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
Home(sick)
16 settembre 2011
Eccoci. Di nuovo sul divano di casa. Da un po', a dire il vero, ma le parole non uscivano, come intrappolate dentro alla retina dell'estate, un'estate che per fortuna non vuole andarsene. I pensieri imbrigliati, poi tenuti dentro per cause di forza maggiore. Che estate. Adesso posso parlare, le parole possono rompere i muri della paura e del sospetto: adesso posso parlare perché quest'estate, che si era aperta con la notizia del fattore C (che non è culo, e chi guarda la tv lo sa), si chiude con la notizia che noi abbiamo vinto anche il fattore C. L'ennesima prova, la più grande, quella che abbraccia la paura di esserci e non esserci più, boom, e te lo dicono così, in un giorno d'estate mentre tua figlia va sull'altalena, quella che ci ha fatti guardare, una mattina di inizio Settembre davanti a un referto, e abbracciare come due mocciosi fuori da scuola, tu in lacrime e io a batterti la schiena, quella stessa schiena piena di graffette, come a dirti: eccoci qui, abbiamo girato anche questa boa. Avanti il prossimo, se avete coraggio. Ditecelo un po' prima, d'ora in avanti, che tiriamo su il muro di amianto. Attenti a non schiantarvi, che noi due ormai siamo una corazza. Non è che l'abbiamo, lo siamo. Un'estate lunga, fatta di tanto mare e anche di città. Che schiude un futuro a breve termine, il solo che guarci interessa, fatto di pezzette colorate cucite insieme, come su una vecchia coperta. La guardi da vicino e ti sembra bella, poi la guardi da lontano e capisci che è bellissima.



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La chiamano estate
17 luglio 2011
Allora ciao, domani vado. Andiamo, volevo dire. Armi e bagagli, no burattini.
Ci risentiamo d'Agosto.
Un abbraccio.




permalink | inviato da nonoranonqui il 17/7/2011 alle 21:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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